11 marzo 2012

Il tempio


III Domenica del Tempo di Quaresima


Es 20, 1-17; Sal.18; 1 Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere


Il tempio è scosso dalla persona di Gesù. Le sue grida e la sua funicella mandano via i mercanti, che fuorviano il genuino significato di luogo di preghiera.

La religione non è un mercanteggiare ma un rapporto intimo e confidenziale con il nostro creatore.

Il monito odierno, inconsueto per un Gesù pacifico, richiama l’attenzione sul vero culto che Egli ha portato a compimento: quello in spirito e verità.

Cristo, con la sua morte e resurrezione, da il via ad una religione non più legata ad un luogo di pietra ma al nostro cuore. Quest’ultimo è il tempio di Dio. Il luogo dove noi lo possiamo incontrare ed ascoltare la sua voce.

In virtù del battesimo, il nostro legame con Dio è ancora più forte, perché ancorato alla figura del Figlio, che sempre intercede per noi e con noi presso il Padre.

Le pratiche esteriori, dunque, sono importanti ed utili per la nostra fede se esprimono il rispetto dovuto al prossimo.

Per questo nella prima lettura odierna ci sono ricordati i comandamenti, che richiamano al vero culto da dare a Dio, con il primato, ed al prossimo, nel rispetto della sua dignità.

Vivere i nostri rapporti nel vero amore che Gesù ha testimoniato, è il culto gradito a Dio.

29 ottobre 2011

Apparenza

 

 

XXX Settimana del Tempo Ordinario - Anno I


Rm 11,1-2.11-12.25-29; Sal.93; Lc 14, 1.7-11


Ambire ai primi posti è un piacere molto ricercato per chi ama l’apparenza e l’onore riconosciuto. Molti lo pretendono e lo ottengono. Ma quando non sono più nessuno perdono il privilegio.

Il Signore, al contrario, ci invita a essere umili e a non ricercare onori e ricchezze. Se ci affidiamo a Lui, Egli ci ricompenserà e ci esalterà al tempo opportuno. Non per formalismo o apparenza, ma per rispetto della nostra dignità.

Affidarsi a Dio ricompensa. Ma non subito. Anzi, sembra di essere esclusi dalla logica mondana e, spesso, bisogna subire l’ingiustizia. Una parola “grande” con la quale occorre lottare con la pazienza e la perseveranza. Soprattutto con la fede in Dio.

Gesù è contro la logica dei farisei, perché puntano non su Dio, ma sulla pura osservanza della legge, al fine di ottenere giudizi favorevoli. Ciò che conta, invece, è proprio l’Amore che Cristo ha incarnato che va di là da ogni apparenza e punta diritto al cuore.

Proprio la nostra coscienza conta per Dio. Egli ci conosce fino in fondo, non si basa su atteggiamenti esteriori. Sa che possiamo fare molto e si fida di noi. Il nostro compito è aprirgli le porte del cuore e lasciarlo illuminare da Lui.

Al tempo opportuno vedremo le sue meraviglie e lo loderemo per averci liberato dalla fossa dei leoni, causata dalla nostra immaturità di fondo. Attraverso le prove, la fede si rafforza e diventa viva. La sua luce aumenta e Dio ci darà la forza per urlare dai tetti il suo amore misericordioso.

25 ottobre 2011

La speranza

 

Rm 8, 18-25; Sal.125; Lc 13, 18-21


L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19).

Attendiamo cieli nuovi e patria nuova dove sarà piena la gioia di essere figli dell’unico Padre. Questa è la speranza. Soprattutto in questo periodo in cui ci avviciniamo alla ricorrenza dei defunti.

Come quando si attende il momento di ricevere un regalo. Non si vede l’ora, si sta in ansia, soprattutto i bambini, sapendo di ricevere qualcosa di importante che esprime l’amore dei genitori o di una persona umana. L’attesa è veramente utile per scoprire la bellezza dei rapporti umani!

Tanto più dell’amore che Dio ha per noi. Egli ci viene incontro e rispetta i nostri tempi senza imporsi. Una cosa stupenda. Sembra impossibile che un Dio onnipotente e onnisciente si comporti in questo modo.

Già. Egli continuamente si rivela a noi in tanti modi; soprattutto nel Figlio mostra la sua premura. Non ci abbandona e ci sostiene nel nostro cammino verso la patria facendo lievitare in noi quel granellino di senapa che ha seminato nel nostro cuore.

Un cuore affannato, travagliato…che può diventare punto di riferimento per i fratelli se lo doniamo a Dio e lo facciamo innaffiare dal suo amore misericordioso. Questo il nutrimento di quel piccolo granellino.

Se poi la nostra piantina la uniamo a quella degli altri allora sarà un grande bosco, un’oasi che anticipa la realtà futura attesa nella speranza.

Allora con il salmista gridiamo:

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia

 (salmo 125)