29 luglio 2011

Gesù vero amico

 

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SANTA MARTA DI BETANIA

1Gv 4,7-16; Sal 33; Gv 11,19-27

 

 

 

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 L’amicizia di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro manifesta pienamente il volto umano del Cristo.

Egli, infatti, dinanzi alla morte dell’amico Lazzaro si commuove e piange per aver perso un amico, così come capita a ognuno di noi per la scomparsa di una persona cara, o quando perdiamo l’amicizia di una persona che ci sta a cuore.

Gesù prova compassione e dolore, dinanzi alla tomba, e compie un segno.

Lazzaro è da tre giorni nel sepolcro ma egli chiede di togliere la pietra, nonostante la resistenza delle sorelle del defunto.

Lazzaro vieni fuori, le sue parole , che liberano l’amico dalle catene della morte. Ed egli esce con le bende e va verso i presenti in attesa.

Sembra quasi una magia. In realtà dietro al gesto un forte messaggio.

Gesù è il messia, colui che ha realmente vinto la morte definitivamente, quello di Lazzaro è un risveglio. La fede di Marta in questa verità di Gesù vero Dio e vero uomo, permette al Figlio dell’uomo di compiere questo gesto.

Egli ha vinto la morte ma anche il peccato che, come Lazzaro, ci tiene prigionieri nei nostri sepolcri di egoismo. Egli ci dà la forza di uscire dai nostri sepolcri per aprirci al bene e permettere ai nostri fratelli di toglierci quelle bende che impediscono gesti concreti di amore, verso noi stessi e verso gli altri.

Gesù mostra così di essere vero amico di Lazzaro, Marta e Maria e vero amico nostro.

Egli ha dato tutto se stesso per ridarci quella vita eterna deturpata dal peccato di Adamo ed Eva. L’ha fatto per noi, riaprendoci la strada del Paradiso già su questa terra, facendoci continuamente risorgere dal peccato alla vita nuova dei figli di Dio.

28 luglio 2011

La dimora

Es 40, 14-19. 32-36; Sal.83; Mt 13, 47-53

 

Mosè scende dal monte con le tavole della legge. Gli prepara un’arca per custodirle e la ripone in un’apposita tenda. È in quella dimora la presenza del Signore, garantita dalla nube, che nel linguaggio biblico indica la presenza benedicente di Dio.

Egli dimora nel deserto e si sposta con il popolo per guidarlo verso la terra promessa.

Per noi la dimora è Gesù stesso. Con la sua morte e resurrezione egli è sceso dal Golgota per rimanere sempre con noi. Prima di tutto nel nostro cuore. Poi nella chiesa con il sacramento dell’eucaristia, che ci fa un’unica grande famiglia riunita nell’amore, la quale rende presente oggi la sua Persona.

La dimora di Dio è in mezzo a noi: l’Emmanuele.

Noi siamo chiamati a farne parte sin dal giorno del nostro battesimo, quando abbiamo rinunziato alla dimora del peccato per entrare nella grande casa del regno di Dio e contribuire alla sua opera. Se mettiamo in pratica il comandamento dell’amore, la casa cresce e s’irrobustisce, con l’amalgama dello Spirito Santo, che ci guida con i sui doni di mansuetudine.

Così, come buoni operai, possiamo pescare nuovi pesci, tirandoli via dal mare del peccato e delle tenebre per portarli nella dimora della luce e della pace.

E alla fine dei tempi, speriamo di trovarci in questa dimora divina per poterla godere in eterno. 

 

27 luglio 2011

L'incontro

Es 34, 29-35; Sal.98; Mt 13, 44-46

 

L’incontro con una persona che vogliamo bene, ci rende gioiosi. Il nostro volto cambia e tutti se ne accorgono, perché dentro di noi fiorisce un gaudio spontaneo e inatteso.

Così succede a Mosè quando scende dal monte Sinai con i comandi del Signore. Egli ha una luce nuova che Dio gli ha donato e la porta agli altri.

Lo stare con il Signore cambia il nostro volto e la nostra vita. Riceviamo un’energia nuova. E, se per Mosè e gli israeliti era rilegata in una tenda, noi l’abbiamo in mezzo a noi grazie a Gesù che l’ha resa vicina.

Egli non è sul monte, ma nel nostro cuore e lì vuole restare, se glielo permettiamo. Infatti, si paragona a un tesoro da scoprire e valorizzare, al punto da rimanere sempre con Lui, che continuamente cambia la nostra vita.

Questa è la forza che abbiamo per andare incontro ai nostri fratelli poveri e bisognosi, che hanno bisogno di carità, senza tante parole, con opere gratuite di misericordia.

Se ci sentiamo amati per primi non avremo difficoltà a donarci, perché il nostro “tesoro” ha fatto così per noi. Non solo. Scopriremo che da questo dipende la nostra gioia: nel donare noi stessi agli altri.

Doneremo quel che abbiamo: la presenza di Gesù, medico delle nostre anime.

26 luglio 2011

Uomini illustri

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Sir 44, 1.10-15; Sal.102; Mt 13, 16-17

 

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Gli uomini illustri sono ricordati nel tempo perché hanno compiuto gesti eroici. Gli si scolpiscono addirittura delle statue che si mettono nelle piazze, in particolare per gli eroi nazionali.

Così per la nostra fede. Anche noi abbiamo degli uomini illustri che hanno seguito la voce del signore: i santi. Vengono anche elogiati dalla Sacra Scrittura, come nel testo sapienziale del Siracide: Invece questi furono uomini virtuosi, i cui meriti non furono dimenticati. Nella loro discendenza dimora una preziosa eredità, i loro nipoti. La loro discendenza resta fedele alle promesse e i loro figli in grazia dei padri.

Possiamo benissimo applicare queste parole ai santi Gioacchino ed Anna, genitori della vergine Maria. Lo capiamo proprio dalla loro discendenza: Maria e Gesù il figlio di Dio.

Essi hanno avuto il compito di portare alla luce la nuova Eva, la madre di Cristo e della chiesa, che ha contribuito all’opera della salvezza attraverso un disegno di Dio, che l’ha voluta immacolata, vergine e madre del suo Figlio.

Sicuramente l’esempio di fede che ha avuto dai suoi genitori è stato fondamentale per la fede della Madonna, anche se di questi personaggi non troviamo scritto nulla in modo esplicito nella Scrittura, abbiamo notizie da alcuni vangeli apocrifi, che non rientrano nel canone.

Sta di fatto che fanno parte della schiera di chi ha fatto germogliare il seme buono della Parola, attraverso il quale, nella loro umiltà, si sono messi ha disposizione di Dio e lo hanno fanno lavorare nel campo del proprio cure.

Grazie a loro anche noi oggi possiamo vedere ed ascoltare la parola del Vangelo, quella che i profeti dell’antico testamento non hanno potuto udire, ma hanno preannunziato.

Prendendo esempio dai santi Gioacchino ed Anna, anche noi possiamo produrre una buona messe. E più di loro lo possiamo fare in virtù della morte e resurrezione di Gesù, loro nipote. Ricordando i nostri antenati carnali e nella fede, che ce lo hanno fatto conoscere.

25 luglio 2011

La raccomandazione

 

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2Cor 4,7-15; Sal 125; Mt 20,20-28

 

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I nostri genitori vogliono il nostro bene, lo sappiamo. Come la madre di Giacomo e Giovanni. Questa signora si rivolge a Gesù per raccomandarli: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Un’intenzione giusta che Gesù accoglie con la dovuta risposta: «è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

Egli, infatti, è venuto per fare la volontà del Padre e mostrare a tutti la strada da percorrere per raggiungerlo: bere il calice fino in fondo. Questo significa, per il Figlio dell’uomo, essere accusato e condannato a morte; soffrire per poi risorgere, a gloria di Dio Padre.

Ed è l’unica cosa che può proporre ai suoi discepoli, in particolare agli apostoli, suoi stretti collaboratori. A loro ricorda che il regno di Dio non è come i regni di questo mondo dove prevale la legge del più forte. Lì gli ultimi sono i primi: quelli che rinunziano al proprio orgoglio e si mettono al servizio degli altri.

Solamente così può mostrarsi la gloria di Dio: «noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi», ci ricorda san Paolo. Gesù ha bevuto il suo calice amaro, proprio, per mostrare la gloria di Dio che lo risorge dai morti.

Anche per noi è così. Nella nostra debolezza, fatta di sofferenza e momenti bui, sappiamo che la parola ultima è di Dio, che tramite la nostra fede parla al mondo intero.

Sì, come Giacomo e Giovanni, Gesù ci raccomanda tutti al Padre per l’avvento del suo regno di amore e di pace. Preghiamo affinché Egli ci dia la forza di affrontare con serenità i nostri momenti difficili, così come san Giacomo non si è tirato indietro quando, in nome di Cristo, gli è stata chiesta la vita.

 

22 luglio 2011

Terreno buono

 

Es 20, 1-17; Sal 18; Mt 13, 18-23

 

Per produrre frutto nel nostro terreno buono è necessario seguire le indicazioni che Dio vi ha posto sin dalle origini della creazione.

Esse, smarrite dopo il peccato originale, sono indicate da Dio a Mosè nei dieci comandamenti. Punti di riferimento per il nostro cammino di fede, come segnali da seguire per raggiungere una destinazione. Sono norme che perfezionano la natura e la rendono pienamente se stessa.

Ancora di più per il nostro cuore.

Esso è esigente e difficilmente riusciamo a soddisfare le sue aspirazioni di felicità. Spesso ci sentiamo soffocati da tante cose, anche se non ci manca nulla. Abbiamo tutto, ma la serenità viene meno facilmente, rendendo la nostra anima pesante e smarrita.

Manca quella gioia che solo Dio può dare.

Uno stato d’animo che dura per sempre ma che bisogna conquistare, proprio come l’agricoltore custodisce la semina e gli dà il necessario per farla germogliare.

Il necessario sono i dieci comandamenti, come la nota del contadino che sa ciò che serve per il proprio campo.

Ma non bastano.

Gesù li ha portati a compimento con la sua predicazione ed il suo modo di fare. Non più solo la legge esterna ma quella dell’amore, che è la base di tutto. Potremmo dire il nostro terreno buono.

Siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, con una forte predisposizione a vivere insieme a tutti nel rispetto e nell’amore totale per gli altri.

Questo Gesù ci ha insegnato: ad amarci gli uni gli altri. Questo è il regno di Dio che è già presente ora in mezzo a noi, grazie al sacrificio di Cristo che si è fatto uno di noi per amarci fino in fondo.

L’amore è la pienezza della legge. È quel terreno buono che può far germogliare la parola come lievito che fermenta la massa.  

20 luglio 2011

Un Dio provvido

 

 

Es 16, 1-5. 9-15; Sal.77; Mt 13, 1-9

 

Il Signore nutre sempre il suo popolo. Gli dà il pane per nutrire il corpo e quello che nutre l’anima: la Parola.

Nel deserto il popolo ebraico mormora contro Mosè perché si sente abbandonato da Dio. Eppure, Egli lo ha liberato dalla schiavitù egiziana. Gli israeliti preferiscono tornare indietro e vivere da schiavi, pur di lasciare il deserto e abbandonare la meta della terra promessa.

Ma Dio non li abbandona. Ascolta la loro supplica e gli dà le quaglie e la manna per sfamarli.

Perché Egli è un Dio provvido; ascolta sempre le preghiere del suo popolo.

Tuttavia, non si limita ad accontentare i nostri capricci, ma va oltre, indicandoci una vita che dura in eterno e che pure ha bisogno di essere nutrita.

Questa vita Gesù la paragona ad un seme che Dio dona al nostro cuore, che è il campo. Dio semina in larga misura, ma non sempre il terreno è buono. Perché vi sono altri semi che attecchiscono e lo sfruttano, come le spine o la zizzania.

Il terreno buono e produttivo, resta tale se ascoltiamo la Parola.

Essa è il nutrimento, quell’acqua viva che fa germogliare, grazie allo Spirito che la vivifica. Essa è pane grazie a Cristo che ha vinto la morte ed intercede per noi presso il Padre.

Le nostre mormorazioni, se pur comprensibili, trovano pienezza in un Dio che è con noi e cammina con noi fino alla fine dei tempi, dove il terreno del nostro cuore non sarà più sfruttato da false sementi, ma avrà la pienezza del grano maturo, pronto per essere riposto nel granaio.

11 luglio 2011

San Benedetto


    

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SAN BENEDETTO DA NORCIA

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                                                          Prv 2, 1-9; Sal 33; Mt 19,27-29

 

 

                                                                        

San Benedetto, patrono d’Europa, è il santo del monachesimo occidentale che ha coniato la formula ora et labora, unendo la preghiera al lavoro dell’uomo.

Ha fatto suo il monito del libro dei Proverbi: ‹‹se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore››.

Così ha interpretato le esigenze del suo tempo ed ha proposto un modo di vivere il vangelo nel carisma del monastero, come luogo di comunione e di cultura, punto di riferimento in un’epoca ormai allo sbando.

Anch’egli ha lasciato tutto per amore del vangelo perché, lasciandosi guidare dallo Spirito, per primo ha creduto nella potenza dell’amore di Gesù e l’ha diffuso con la sua vita a gloria di Dio Padre, lodandolo in eterno: ‹‹Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino››.

A noi seguire il suo esempio di dedizione e premura per i suoi confratelli e per il mondo, nell’individuazione della nostra missione, che parte dall’ascolto della Parola per divenire Eucaristia vivente ogni giorno della nostra vita nei luoghi dove operiamo.

06 luglio 2011

Il pane

                                                                              

                                                                                     Gn 41, 55-57; 42, 5-7. 17-24; Sal 32; Mt 10, 1-7



Il giorno del Corpus Domini il Signore ci ha ricordato che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Oggi, più o meno, il tema è ripreso dalle letture.

Nel libro della Genesi si parla di Giuseppe il venduto. In un periodo di carestia i fratelli scendono in Egitto per chiedere il grano, visto che i granai sono pieni. E chi li ha riempiti è stata proprio la sapienza dell’amministratore Giuseppe, che, intanto, è arrivato al palazzo del faraone.

Il vangelo parla di Gesù. Ritenuto un folle e messo a morte, egli tuttavia è il Figlio di Dio e ha portato a compimento le attese dell’Antico Testamento, divenendo Parola incarnata e cibo che dura per la vita, con una sapienza che è di più di quella di Salomone.

Si parla, dunque, di pane, di cibo.

Nel primo caso di un cibo che perisce, nel secondo di un cibo che dura per la vita. Gli artefici, in entrambi i racconti, sono persone rifiutate dagli uomini ed esaltati da Dio.

Così il regno di Dio è vicino a noi: proprio nella persona di chi si fa piccolo e che spesso è disprezzato. Primo fra tutti Cristo Signore, che ha svuotato se stesso, tranne la sua natura, per farsi uno di noi e portarci al Padre celeste.

Noi, suoi discepoli, siamo chiamati a seguirlo nella strada dell’umiltà per condividere la sua missione nell’annuncio del vangelo a tutte le genti.

Saremo credibili quanto più ci faremo piccoli, perché è lì che si manifesta la potenza di Dio.

04 luglio 2011

Il re

                                                                        Zc 9, 9-10; Sal 144, Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30



L’ingresso a Gerusalemme di Gesù è avvenuto a cavallo di un asino.

Così Egli si è presentato al mondo: un re umile e pacifico.

Un re che “farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme,l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”.

Una logica completamente diversa da quella del mondo che proietta in una realtà che gli è completamente opposta. Gli ultimi, i disarmati, sono quelli che hanno i primi posti. Così come è stato per il figlio dell’uomo: deriso e beffeggiato, ma esaltato da Dio al tempo opportuno.

Gesù non si è fermato. Ha seguito la strada stretta che il Padre Gli aveva preparato e l’ha fatto per tutti noi. Ci ha salvati e redenti dalla schiavitù della carne.

“Se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete”, ci ricorda san Paolo. È lo Spirito che ci indica la strada giusta da seguire. Certo, una via stretta ed impervia. Ma con il suo aiuto anche noi arriveremo alla meta.

Ad una condizione: farci come bambini.

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. È Gesù che parla.

L’invito è per noi.

La nostra risposta dovrebbe, dunque, essere l’abbandono dell’orgoglio e della superbia, che ci rendono grandi ed orgogliosi, mettendo al centro il nostro egoismo e l’adesione alla virtù della umiltà, che ci fa prendere in seria considerazione Dio e gli altri.

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